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PD: “D” come Democratico o “D” come De Benedetti?

Da Movisol.org

La grande finanza dietro alle inchieste che stanno colpendo la frangia costituzionalista del PD

In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all’Italia, è fondamentale che il dialogo tra maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all’economia reale. Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L’entità della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l’8 ed il 9 gennaio scorso dal ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall’ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che LaRouche propone oramai dal ‘94 per far ripartire l’economia reale globale e che avrebbe evitato l’attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l’Italia possa svolgere un ruolo centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall’ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD. Ad essere oggetto di queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata delle volontà del suo deus ex machina, l’ing. Carlo De Benedetti. Il Partito Democratico, infatti, lungi dall’essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l’autentica ala democratica, per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi finanziaria, rischiano oggi come negli anni ‘30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga dritta la rotta della nave verso l’idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi quarant’anni ha disastrato l’intero pianeta.

Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura

Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà distribuì durante i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una via d’uscita autenticamente repubblicana e democratica, all’allora nascente Partito Democratico italiano. In quel documento si ammoniva dall’intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu: “Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri ‘democratici per il fallimento’ “.

Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che progressivamente, nel corso dell’ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai suoi principi ispiratori: dalla centralità dell’azione di governo in economia, ad un’economia rimessa alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De Benedetti, sono gli stessi che sono all’origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo.

Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa, rispetto al singolo spezzone.

La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell’oligarchia finanziaria che riesce a far apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo[1]. Essa, con particolare riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l’ing. Carlo De Benedetti, per completare quel disegno di finanziarizzazione dell’intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò è l’ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come democratica panacea ai mali d’Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.

L’oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche[2] . Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant’anni dei disegni dell’oligarchia finanziaria – e questo, per l’oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la posizione di vero governo mondiale che dal ‘71 ha riacquistato.

Invece, l’oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di finanziarizzare ancor più l’economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a privatizzare per finanziarizzare.

Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà? Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell’organizzazione politica ed economica che la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono palesemente violati.

Il Partito Democratico deve respingere l’influenza di Soros e De Benedetti

Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l’anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l’Italia quell’anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso “Mani pulite” (che stravolse l’assetto politico italiano), l’attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere uno strumento di “moderna” democrazia volto a rendere più efficiente l’economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall’oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell’impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell’economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l’economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l’economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l’impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni ‘90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.

Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del “più impresa meno Stato”, il termine “privatizzazioni” fu sostituito con il termine “liberalizzazioni”; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all’infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all’idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.

Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.

Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E’ da questo stretto legame che si può evincere l’attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall’incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.

George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all’origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel ‘92 e quella nel Sud-est asiatico nel ‘97-’98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni “democratiche” a giro per il mondo, dall’Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all’Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.

Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:

‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.

Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come “filantropo”.

Dice Verderami sul Corriere:

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell’ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l’idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l’agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall’altro capo del telefono o del computer, c’ è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.

E’ doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell’ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche “innovative” adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l’utility di Roma attiva nell’acqua e nell’energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell’economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l’oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.

Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall’establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di “terapia shock” come metodo per l’attuazione dell’agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell’appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.

Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest’ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell’Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, e presentando l’edizione italiana del suo libro autobiografico).

Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L’Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).

Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un’intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6] , se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – “amministratore straordinario” profetizzò – (probabilmente non l’ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest’ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell’intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.

De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».

Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest’ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un’ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell’ex patron Tiscali.

La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest?

Dall’intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».

Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita, politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli. Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell’attuale guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale) che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente nell’art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall’altra parte invece vi sarebbero coloro che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di matrice liberista e finanziarista.

A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l’elemento catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze politiche. In merito a queste ultime, infatti, l’unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali (anch’essi finanziati da Soros) e l’Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo, è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un’alleanza con la sinistra c.d. radicale.

Massimo D’Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l’Ulivo e poi dietro l’Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio, D’Alema affermava:

« … ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po’ di sinistra, ma come Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché “Verdi” è duro, “Sinistra” suona male, “Democratici” siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro, diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c’è tutto dentro! Auguri, però io non ci credo!»[7]

Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l’ipotesi di creare delle federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l’intervento di “commissario straordinario” di Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la sostanziale inoperosità dell’Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.

In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai “capi d’azienda” non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si potesse procedere allo smantellamento dell’industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all’attuazione della “fase 2″ dell’Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno prova d’indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.

Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De Benedetti. Ed infatti D’Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell’essere onesti o disonesti.

Il caso fiorentino e Licio Gelli

A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso metodi anomali.

Il ragionamento che quegl’osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni; se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa l’esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che chi vive di sola politica non può permettersi di correre. Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si convince ancor più che l’inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva fatto arrivare: a queste primarie non s’ha da partecipar!

Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all’interno dei candidati PD a sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto immotivatamente dai media di De Benedetti nell’inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli (23%), 4) Daniela Lastri (21%) . Dopo l’inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai, e gli echi offerti dai media alla faccenda, l’ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%) [8], 3) Matteo Renzi (9,9%) [9]. Graziano Cioni è invece stato costretto a ritirarsi dalla corsa.

Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell’inchiesta un premeditato intento politico, il fatto resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi risvolti politico-elettorali.

Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato in gara), una fantomatica “interpretazione autentica” proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si era opposto fino all’arrivo del “commissario straordinario”, Vannino Chiti – determina invece che le primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato sicuramente perdente nell’altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.

Ma c’è anche un’altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo stesso Cioni. Si tratta di un’intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l’ex venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete.

Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un preciso progetto liberista per finanziarizzare ancor più l’economia reale, a fronte di una bolla speculativa globale che necessita che ogni “illuminato locale” faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e rischia di perdere quell’elemento “fiducia” da parte della comunità mondiale, di cui necessita per sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l’ombra del nemico, ma non la sua sostanziale figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.

Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.

Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione

Massimo D’Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l’influenza di De Benedetti, non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D’Alema ha mancato in questi anni del coraggio di immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti: D’Alema[10], nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne pubblicamente l’azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il fenomeno ed i retroscena di “Mani pulite”, non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.

Purtroppo D’Alema è ancora adesso vittima di quell’esistenzialismo che ha caratterizzato la politica dell’ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più frequente in cui cadono molti politici di oggi.

Tuttavia l’attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere sostanzialmente messi all’angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità di uomini, la forza contingente che può “costringerli” a tirare fuori quel coraggio necessario per passare dall’esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.

Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose.

C’è bisogno di quel coraggio che per esempio D’Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso israeliano-palestinese, dove la tanaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l’operato delle dirigenze israeliane.

Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non fa specie chi cambia opinione se il nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»

Finchè Giulio Tremonti mantiene un ruolo di primo piano nell’attuale Governo, la corrente costituzionalista, antiliberista ed antifascista del centro-sinistra, può tornare ad essere decisiva nella politica italiana e mondiale. Se Tremonti attaccando banchieri e petrolieri, ha deciso di dare un taglio forte alla tradizione oligarchica che il PD stava incarnando sia con i vaneggiamenti di Giavazzi ed Alesina, sia con la politica demagogica di Bersani imperniata a bastonare i piccoli imprenditori, la corrente autenticamente democratica del PD può fare la stessa cosa rifacendosi alla tradizione di Franklin Roosevelt e pigiando forte sulla necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale che rimetta nella sovranità politica il controllo della situazione, invece che lasciarlo nelle mani di chi può essere inteso solo come player (banche e comunità finanziaria). Il Paese necessita di dotarsi della indipendenza energetica che Mattei comprese essere necessaria perché l’Italia potesse contare qualcosa sulla scena politica mondiale, e per farlo è imprescindibile il passaggio al nucleare. Parlare di fonti a basso flusso di densità energetica, vuol dire di fatto mantenere l’Italia su un livello di sovranità condizionata. E’ ovvio che per fare tutto ciò deve essere messa all’indice l’ideologia liberista. Se il PD finora è stato un bluff, funzionale soltanto a spostare verso istanze reazionarie, contro il lavoratore e dunque contro l’impalcatura costituzionale, la nave della politica italiana, si possono ringraziare anche ideologi come Giavazzi ed Alesina. Il PD necessita di ridarsi una visione politico-economica che abbia a che fare con la scienza dell’economia e con gli economisti; il liberismo, Giavazzi ed Alesina si occupano di altro, non è chiaro di cosa, ma si occupano di altro.

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà


Note:

[1] - Come denunciato anche dal Cardinale Renato Raffaele Martino.

[2] - L’8-9 gennaio la Presidenza francese ha organizzato un seminario a Parigi (”Nuovo Mondo, Nuovo Capitalismo”) in cui si sono meglio chiarite le posizioni dei governi europei su come affrontare la più grave crisi da collasso dei tempi moderni. Si sono fronteggiate due fazioni: da una parte coloro che riconoscono che l’attuale sistema finanziario, basato sui derivati, è irrimediabilmente in bancarotta e va sostituito; dall’altra, coloro che insistono istericamente che la bolla dei derivati va salvata a tutti i costi… pagati naturalmente dalla popolazione. A favore della prima soluzione sono intervenuti il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, l’ex Primo ministro francese Michel Rocard e in larga misura lo stesso Nicolas Sarkozy. Sia Tremonti che Rocard hanno proposto una soluzione larouchiana: congelare la bolla dei derivati e sottoporre il sistema a riorganizzazione fallimentare. A favore del salvataggio del sistema a tutti i costi sono intervenuti il capo della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, Tony Blair e anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel. Tremonti ha esordito con la sua nota descrizione della crisi come un “videogame”, con un mostro più grande dell’altro che spunta dopo averne eliminato il precedente. “Finora ho contato sette mostri”, ha detto Tremonti, aggiungendo che il più grande, quello che deve ancora arrivare, è il mostro dei derivati. “I derivati ammontano a 12,5 volte il Pil del mondo - ha spiegato - sono prodotti di cui si conosce l’ammontare ma non l’impatto concreto. Salvare tutto è una missione divina, salvare il salvabile è una missione umana. è una tecnica biblica, separare il sabbatico, mettere le posizioni che non fanno parte dell’economia reale ma hanno un impatto forte, su veicoli che durano magari 50 anni, moratorie lunghe”. Il motivo di fondo, ha aggiunto il ministro, è che “se carichi tutto il debito privato marcio sul debito pubblico potresti non farcela”. Tremonti ha annunciato che l’Italia intende discutere questa proposta “nell’ambito dei lavori di riforma del mercato finanziario globale come presidente del G8″. L’intervento dovrebbe basarsi “sulla separazione tra attività sane e titoli tossici”. Bisogna “difendere la parte operativa delle banche”.
Il giorno seguente Tremonti è tornato sul tema in un intervento a Roccaraso. Se il piano di Obama fallisse, ha detto Tremonti, “tutti noi governanti abbiamo il dovere di pensare a un piano alternativo. Dovremo scegliere: salvare le famiglie o i banchieri? Gli speculatori o le imprese? Io non ho dubbi su chi salvare: le famiglie, le imprese e le banche che le finanziano. Tentare di salvare tutto rischia di far perdere tutto, perché c’è un punto oltre il quale neanche i governi possono andare”. Ricordando che gli USA hanno tentato di tutto nel corso del 2008, senza riuscire a frenare la crisi, Tremonti ha reiterato che va congelata la bolla dei derivati. Michel Rocard ha ricordato che tra il 1945 e il 1971 l’Europa ha sperimentato una forma di capitalismo molto diversa dall’attuale, che garantiva una crescita regolare media del 5% annuo, nell’assenza totale di crisi finanziarie e con la piena occupazione. Da allora, la crescita si è dimezzata, le crisi si susseguono ogni 4-5 anni, la precarietà del lavoro e la disoccupazione aumentano e i lavoratori impoveriti vengono esclusi dal mercato del lavoro. Al termine del suo intervento, Rocard ha posto la questione scottante: chi pagherà il collasso finanziario? Dall’inizio dell’esistenza dell’uomo, saldare i debiti è sacrosanto. Ma cosa si riesce a fare quando il debito speculativo mondiale supera il PIL aggregato di cinque o sei volte? Non sarebbe il caso di porre il problema di programmare e organizzare una bancarotta controllata? Il Presidente Sarkozy ha ripetuto il suo appello per un nuovo sistema finanziario, non più basato sul “breve termine, sul reddito privato non guadagnato e sulla speculazione”. Si è quindi rivolto “ai nostri amici americani”, affermando che al prossimo vertice del G20 non accetterà lo status quo. Dall’altra parte, il capo della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha sostenuto che il sistema va salvato con qualche “correzione”, ed ha persino parlato di un “nuovo paradigma” come specchietto per le allodole. In realtà, con un cambio dell’olio e del filtro la macchina riparte, ha detto Trichet. “Naturalmente non dovremo gettare il bambino con l’acqua sporca, abbandonando l’assetto dell’economia di mercato che sta alla base del sistema”, ha detto il capo della BCE. Lungi dal chiedere il congelamento dei titoli tossici, Trichet ha proposto una “clearing house” mondiale per poter mantenere la bolla dei derivati. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che attualmente “non ci sono altre possibilità di combattere la crisi, tranne che con le montagne di debito che stiamo accumulando”.

[3] - Questa è la definizione datagli dal Presidente Francesco Cossiga (Vedi l’articolo su adusbef.it).

[4] - “Governi e istituzioni neoliberisti sono sostenuti da un esercito di ideologi. Alcuni sono eminenti studiosi che dovrebbero conoscere i limiti dell’economia del libero mercato, ma che tendono a ignorarli quando si ritrovano a dare consigli di politica economica (come è avvenuto soprattutto negli anni Novanta con le economie ex comuniste). Insieme, organizzazioni e individui influenti formano una potente macchina propagandistica, un meccanismo finanziario-intellettuale sostenuto da denaro e potere”, Ha-Joon Chang, Cattivi samaritani, il mito del libero mercato e l’economia mondiale, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pag. 13.

[5] - Vedi il Corriere della Sera, 1 luglio 2005.

[6] - Vedi il Corriere della Sera, 2 dicembre 2005.

[7] - Vedi registrazione del 13 marzo 1999 riportata il 27 dicembre 2008 su youtube.com.

[8] - Dati ottenibili rielaborando la quinta tabella di questa pagina di sondaggipoliticoelettorali.it.

[9] - Altra pagina di sondaggipoliticoelettorali.it.

[10] - D’Alema è comunque tra i firmatari della famosa lettera del maggio scorso inviata a Josè Manuel Barroso, in cui molti leader del socialismo europeo invocano una conferenza per la riforma del sistema finanziario internazionale.

Ormai siamo al regolamento di conti

Anche in questi giorni ho ricevuto proteste da centinaia di amici ed elettori , delusi profondamente dalle scelte del gruppo dirigente del Pd fiorentino sulle primarie, programma e alleanze elettorali, con la pressante sollecitazione ad assumere iniziative autonome in vista della futura competizione elettorale.
Ho ripetuto, declinando tali sollecitazioni, che sono e resto uomo del Pd, finché me lo permetteranno, alla cui cultura politica e alle idee ed ispirazioni alla base della sua formazione appartengo, senza tentennamenti.
Non posso però non prendere atto di una crescente, diffusa, insofferenza di cittadini e nostri elettori nei confronti di un metodo e di una pratica politica che si ammantano di nuovismo ma ripropongono in realtà vecchie modalità, le peggiori, del passato. Una insofferenza e un distacco che richiedono attenzione e una nuova iniziativa politica.
Si è lavorato per dividere, invece che per unire, per escludere, invece che per cercare sintesi forti delle molteplici esperienze e impostazioni culturali che convivono al nostro interno. Gli arbitri, il gruppo dirigente, si sono messi a giocare a favore di questo o quel candidato, trasformando uno strumento essenziale e costitutivo di un nuovo modo di essere e fare politica, le primarie appunto, in un regolamento di conti, dove le regole (e la democrazia interna) sono state continuamente modificate per favorire dei giocatori e danneggiarne altri, in uno scenario grottesco dove ancora non si conoscono i candidati, i programmi, i partiti stessi che partecipano alle primarie a 3 settimane dalla consultazione.
Si parla di discontinuità con l´esperienza della attuale amministrazione, arrivando di fatto a negare l´importante mole di lavoro svolto nel governo della città ma contemporaneamente si ripropongono vecchie, logore , alleanze elettorali senza che vi sia stata una verifica puntuale di orientamenti politici e programmatici capaci di dare stabilità ed efficacia all´azione di governo.
E´ questo l´aspetto che ritengo inaccettabile: si è rinunciato a primarie del Pd, ad una chiara nostra caratterizzazione e assunzione di responsabilità politica e programmatica, quale partito di maggioranza in questa città, per riproporre alleanze e coalizioni, composte da partiti e partitini causa vera, con i loro veti e pregiudiziali politiche, dei limiti registrati nella azione di governo della attuale giunta.
Si è messo in secondo piano il programma, si sono diluiti i contenuti e le proposte del Pd, si è evitato ogni necessaria riflessione critica sui limiti all´azione del governo locale uscente causati proprio da quelle coalizioni eterogenee. Non è accettabile, Firenze non lo merita, il Pd non lo merita.
Nella discussione di queste settimane e mesi i problemi veri della città sono passati in secondo piano, in un crescente distacco del Pd dai cittadini, dalla crisi economica che si manifesta ogni giorno più virulenta, in un avvitamento su se stesso. Il rischio della sconfitta elettorale c´è ed è concreto se non riusciremo a ripartire dai contenuti, dai programmi, dal dare ascolto alla gente, dal valorizzare idee, programmi, identità del Pd, senza più attardarci nelle alchimie delle alleanze confuse e di regole create o cambiate ad hoc, per questo o quel candidato, di primarie purtroppo sempre più snaturate e lontane dallo spirito originario ed innovativo che potevano e dovevano essere.
Non posso condividere questa impostazione negativa e perdente, avallare alleanze confuse e primarie oramai snaturate e svuotate del loro significato di rinnovamento, segnate da veti, esclusioni, limitate nella possibilità stessa di esprimere candidati dal basso attraverso la raccolta d i firme tra i cittadini.
Non posso dare una copertura, anche indirettamente, a questo tipo di metodo, a questo tipo di primarie, dalle quali voglio prendere, a tutti gli effetti, le distanze. Ritorniamo alla politica, alla gente.
Nelle prossime settimane il mio impegno non sarà più rivolto alle primarie ma ad una grande campagna di ascolto dei cittadini, capace di far esprimere concretamente contributi al programma del Pd, e a chiedere che il Pd non promuova alleanze elettorali pasticciate e programmaticamente confuse, sostenendo questi contenuti anche attraverso una raccolta di migliaia di firme di adesione da parte di nostri elettori.
Welfare e nuove povertà e anziani, sicurezza e decoro della città, laicità delle istituzioni, infrastrutture e mobilità, completamento delle grandi opere pubbliche, semplificazione ed efficienza della macchina comunale, alleanze, saranno i temi, a conclusione di questa campagna diffusa, sui quali chiederemo ai candidati e ai possibili alleati, risposte chiare e impegni precisi.

Due riflessioni di fine anno, sperando in un 2009 più chiaro

In questa fine 2008 rimangono - tra le altre - due questioni politiche aperte, dalle quali dipende il futuro della città.
La prima questione è quella di un Partito Democratico forte, capace di conservare un ruolo guida per la città senza il rischio di consegnarla all’ingovernabilità o, peggio, al centrodestra. La seconda è una questione più ampia: riguarda un modo di sentire la politica, a prescindere dalla città di Firenze. Le due cose sono strettamente collegate tra loro, ma per poterle analizzare occorre scinderle.
Partiamo dal PD. Ci aspettavamo, immaginavamo, un partito forte, libero, diverso. Un partito capace di unire le sue due anime (la laica e la cattolica) grazie alla sua proposta politica e a una democrazia interna reale, basata sulla centralità della partecipazione e del ruolo di elettori ed iscritti in ogni scelta importante. Tanto più nella scelta del candidato sindaco, attraverso primarie del partito, un modo concreto e trasparente per far scegliere ai cittadini elettori del PD un sindaco in modo partecipato, con un largo consenso, per una volta non imposto dall’alto. Non è successo. Anzi, il PD fiorentino ha dimostrato di essere poco deciso, poco democratico con tratti autoritari. L’eliminazione politica di Graziano Cioni, candidato scomodo perché dotato di vasto consenso tra i cittadini e non controllabile dagli apparati, è stata – un giorno con una motivazione, il giorno dopo con un’altra - il motivo dominante, la ricerca ossessiva sino ad arrivare ad un voto di dubbia legittimità prima nella assemblea cittadina del PD e poi, per salvare le apparenze, con le primarie di coalizione dando a partiti di modesta od esigua consistenza elettorale, il potere di emanare veti e dettare l’agenda politica del PD.
Se le cose rimangono quelle di oggi, ammesso che il voto di giugno dia la maggioranza alla coalizione guidata dal PD, la città sarà ingovernabile nei suoi temi più delicati: legalità, acqua, infrastrutture, piano strutturale, termovalorizzatore, ecc. Temi sui quali, in questi anni il lavoro dell’attuale giunta è stato spesso paralizzato da componenti di una coalizione che oggi viene riproposta senza alcuna riflessione critica, con un programma quadro del Partito Democratico per la prossima amministrazione già spurgato, censurato, reso fumoso nei punti in cui occorreva chiarezza e decisione. Di fronte a questo contesto noi non ci stanchiamo di ribadire la nostra perplessità, con una domanda: perché non fare prima le primarie del PD e poi affidare a un candidato forte espressione di un partito sostanzialmente maggioritario in questa città, l’incarico di verificare le alleanze disponibili su un programma concreto, chiaro anche nei tempi di realizzazione? Perché escludere un candidato che rappresenta una parte consistente di città e che più di altri si è battuto per le primarie e nuove forme di partecipazione democratica, in nome di un accordo così debole?
La risposta è una sola: siamo di fronte ad un abuso di potere politico, in nome del quale si modificano continuamente le regole in base alla convenienza senza preoccuparsi delle conseguenze gravissime: andare verso l’ingovernabilità o la sconfitta elettorale a giugno.
Noi non ci stiamo. Se questo è ciò che il PD intende proporre agli elettori, crediamo che debbano essere costruite subito delle alternative, pena la sconfitta elettorale.
L’ipotesi della candidatura alle primarie di Tea Albini è la possibilità più concreta che abbiamo ad oggi per far sentire ancora una volta la nostra voce, le nostre idee, ad alcune condizioni precise:
recuperare almeno parzialmente lo spirito vero delle primarie, affiancando a candidati espressione dei partiti e dei suoi gruppi dirigenti, la possibilità di candidature promosse da raccolte di firme tra gli elettori (perché sono state escluse?) dando un tempo adeguato (se tutto cambia può cambiare anche la data del 1° febbraio per le primarie);
no alla formazione di coalizioni programmaticamente e politicamente confuse, vecchie vie che hanno già dimostrato pesanti disaccordi sui temi chiave già di questa amministrazione, riflettendo sulla discontinuità e la qualità delle alleanze in funzione della effettiva governabilità della Città; verifica dei punti programmatici;
no all’asservimento del Partito Democratico a logiche di potere e contrattazione non condivise da una parte importante del suo elettorato;
sì ad un partito che deve ricompattarsi e ritrovare la propria leadership prima di qualsiasi accordo esterno.
Non sappiamo al momento, visto che l’assemblea cittadina di ieri sera è saltata per mancanza del numero legale (aldilà delle festività, un segno inequivocabile della stanchezza dei continui cambi di idee, di indirizzi ed equilibri interni) se queste condizioni o la loro sostanza saranno accolte nell’interesse stesso del PD, ma se ciò non fosse possibile sentiamo il dovere di riflettere, di fare altro.
Perché vogliamo che sia molto chiaro a tutti che questo modo di condurre la politica esclude prima la democrazia di un partito che lascia decidere ai cittadini la propria agenda politica, e poi una parte consistente del partito stesso. Dimostrando la volontà di non interrompere la battaglia politica dentro il Partito Democratico ci attendiamo l’unica risposta possibile: un partito che dimostri di avere a cuore più il suo elettorato che i “poteri interni”.
Sui “poteri interni” si apre la seconda questione accennata all’inizio. Quella più ampia che riguarda l’identità laica della città di Firenze. Laicità che non significa rinnegare i diversi filoni culturali e religiosi presenti al nostro interno a partire dalle radici cattoliche così diffuse, ma affermare un più ampio e profondo rispetto per tutte le idee in nome dell’assoluta libertà di ogni individuo e del ruolo di garante delle Istituzioni nel far rispettare tutti i diritti e tutte le leggi, compresa la 194, che non può essere rimessa continuamente in discussione con interpretazioni confessionali di cui abbiamo percepito echi anche a livello locale. Desideriamo l’idea di una cittadinanza che possa sentire propria e rappresentata ogni libertà di autodeterminazione, a partire dalle scelte etiche, morali, religiose, identitarie e individuali in genere. Un concetto che, allo stato attuale del dibattito politico, non solo non abbiamo ancora sentito fare, ma abbiamo sentito fare in senso contrario. La volontà di far sentire almeno paritaria l’identità laica del PD fiorentino è un obiettivo importante quanto il precedente. Anche su questo desideriamo risposte chiare, entro il primo febbraio 2009.

Sinistra?

In questi giorni è stata riproposta da una parte della sinistra fiorentina (e non solo) una pregiudiziale nei miei confronti: mai con Cioni! Un aut aut sulla percorribilità stessa di primarie di coalizione. Ho risposto più volte sulla correttezza dei miei comportamenti. Ritrovo invece, in queste pregiudiziali, quello spirito negativo che ha accompagnato la maggioranza in questi cinque anni di Giunta Domenici: una conflittualità analoga a quella che ci ha portato alla sconfitta alle elezioni politiche. Da questa esperienza negativa dobbiamo ripartire per non ripetere gli stessi errori: una coalizione di tutte le forze progressiste è auspicabile, ma alla sola condizione che sia condiviso pienamente un programma chiaro, certo nei tempi di realizzazione, capace di completare il lavoro avviato, e soprattutto di trasformare e rinnovare davvero la città. Ci sono oggi queste condizioni? Quale garanzia di cambiamento effettivo può venire da chi ripropone veti oggi sugli uomini, domani sull’attuazione del programma? Vedo nuovamente la stagione dei no che si manifesta. Singolare è anche la natura del veto nei miei confronti, che non trova peraltro riscontro nelle regole che il mio partito, il PD, si è dato. Sono i cittadini, non i partiti, chiamati a scegliere con le primarie il proprio candidato sindaco. Di cosa si ha paura? Di una democrazia effettiva, realmente partecipata? Se Cioni è quello che viene deformemente rappresentato, uscirà sonoramente sconfitto dalla competizione. Grave è invece sostenere che non ha titolo per partecipare, dignità politica, che le migliaia di persone che lo sostengono non esistono o non contano niente. Può il Pd accettare condizioni che stravolgono le sue stesse regole interne? E in nome di cosa? Non credo, per la vulnerabilità che rappresenterebbe nella stessa vita democratica del mio partito.
Politicamente sono, tra i candidati, quello che rappresenta una sinistra ben precisa. Quella che ha portato, giorno dopo giorno, la città ad esprimere i più alti livelli di welfare, accoglienza e protezione sociale. Sono di quella sinistra che mi ha permesso, da deputato, di formulare una proposta di legge per il riconoscimento delle unioni civili, anche omosessuali. Sono di quella sinistra ideale che, discendendo dal PCI, ha sempre condotto battaglie concrete contro la corruzione e i comitati d’affari nella cosa pubblica. Eppure oggi, gran parte di questa storia personale e politica, sembra diventata improvvisamente inadeguata in nome di un accordo a “sinistra”. Non credo di dovermi difendere, dovrebbe averlo fatto il PD. Ritengo però che sia necessario difendere la concretezza di quegli ideali di sinistra, e di quella parte di elettorato che li riconosce come i valori fondanti del PD. Credo, anzi, che si debba resistere nel rappresentarla e difenderla da qualsiasi tentativo di attacco o censura, venga pure da una cosa che chiamano Sinistra.

Società e volontariato, giovedì 18, all’Astoria Hotel

Massoneria occulta e poteri forti contro Graziano Cioni

[video] Che con le primarie fiorentine si siano scatenati i pruriti dei poteri forti è ormai un fatto assodato. Altro che questione morale - avevamo detto - la questione è politica. Lo stesso Licio Gelli, maestro venerabile ormai simbolo della massoneria “occulta”,  ricorda su La Stampa di oggi come Graziano Cioni sia ancora considerato “il nemico” che nessuno vuole. Quel tipo di massoneria non ha certo dimenticato l’assessore che, anche nel suo incarico al Senato della Repubblica, ha condotto una battaglia potentissima per sgombrare il campo degli interessi pubblici dalla longa manus degli affari massonici e privati. Risale al 1993 la pubblicazione (in allegato a l’Unità) di tutti i massoni toscani, e allo stesso anno la proposta di legge, sottoscritta da 70 parlamentari, per vietare agli iscritti alla massoneria di ricoprire cariche nella pubblica amministrazione. “Quelli se la sono legata…” ecco le parole di Licio Gelli.
Cioni rappresenta, con la sua storia, il simbolo dell’irriducibilità della cosa pubblica agli interessi occulti. Un tentativo concreto di arginarne le frange più coinvolte negli affari che riguardano la città.
La massoneria ufficiale ha condotto in questi anni una lunga battaglia di trasparenza e pulizia interna, ma che quel tipo di massoneria “spuria” sia ancora attiva ed estremamente attenta lo afferma lo stesso Licio Gelli, e il fatto non sorprende.
Altrettanto evidente è, per questo tipo di interessi, l’inaffidabilità e l’incontrollabilità della candidatura di Graziano Cioni alle primarie. La parte che intravede una possibilità concreta di controllare e influenzare, a partire dalla competizione elettorale (primarie + elezioni amministrative) il voto dei cittadini verso un’amministrazione della città più vicina ai loro interessi.
Non credo però che il lavoro della magistratura sia da inserirsi in questo filone di interessi. C’è una coincidenza, ma sono sicuro che l’inchiesta di Castello sia ineccepibile dal punto di vista formale. La magistratura non è da chiamarsi in causa per questo. Il problema è la lettura distorta che ha voluto trasformarla in un processo mediatico e politico immediato. Un elemento capitato a fagiolo per inquinare fino a ieri una competizione paritaria tra candidati alle primarie, e da oggi una discriminante nella composizione delle alleanze per allargare questa competizione alle coalizioni.

San Lorenzo, i commercianti ringraziano

“Soddisfatti del miglioramento della qualità della vita, noi commercianti ambulanti auspichiamo il proseguimento e il rafforzamento del servizio esprimendo il nostro totale sostegno, cooperazione e collaborazione”. È quanto scrivono i commercianti ambulanti del Mercato di San Lorenzo all’assessore alla sicurezza e vivibilità urbana Graziano Cioni. I rappresentanti della commissione dei commercianti ambulanti hanno infatti scritto all’assessore Cioni in occasione degli auguri per le prossime festività, ringraziandolo “per il miglioramento del servizio d’ordine e particolare attenzione delle forze dell’ordine nel quartiere di San Lorenzo”. “Dopo il nostro ultimo incontro - scrivono - le siamo grati per impegni presi ed anche la particolare attenzione del Questore Francesco Tagliente e di Roberto Sbenaglia, responsabile del servizio territoriale della Questura, per questo quartiere e i suoi problemi”. I commercianti ambulanti ricordano infine che “ci sono ancora molti problemi da risolvere insieme”.

Otel, 10 dicembre 2008


Altri video: 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21

Primarie sì, no, forse…

Qualcuno tra i lettori di questo spazio mi fa notare che dell’intera vicenda che ha coinvolto me e le primarie fiorentine del PD io non ho fatto parola sul web. Proprio in questo spazio, gestito in proprio, le persone che mi sostengono non hanno trovato una mia chiave di lettura degli avvenimenti, né un commento.
Fino ad oggi questo silenzio è stata un scelta precisa. Non per sottrarmi a delle responsabilità (che non ho) ma per una questione di rispetto. Nella confusione generale la mia voce rischiava di essere qui una voce in più, in un marasma che non aiutava a capire l’unica cosa che mi premeva e che mi preme spiegare: cosa c’entra tutto questo con la città?
Perché la città, Firenze, viene prima di tutto. Per ridargli la voce che deve avere nella scelta del sindaco abbiamo sostenuto le primarie del PD. Primarie delle quali faccio parte non tanto come persona, ma come rappresentante di un’importante porzione dell’elettorato fiorentino e della storia amministrativa della città in questi ultimi dieci anni. In nome di questa mia rappresentanza, nella bufera giudiziaria e nel vortice dei personalismi che ha invaso con prepotenza il campo delle primarie, io non ho voluto dimettermi. Lo avrei fatto se quello che è successo fosse stato un fatto personale, o se le accuse fossero state meno gravi. Ma non accetto l’accusa di corruzione e accetto ancora meno una cosiddetta “questione morale” per quel che riguarda Firenze. Non è una questione morale, è una questione politica.
Magistratura e avvocati faranno - per quel che mi riguarda - il loro (purtroppo lungo) lavoro per arrivare alla verità, ma il lavoro sulla “questione morale” di Firenze, dobbiamo farlo noi tutti insieme. Nella confusione dobbiamo essere noi ad avere le idee chiare, senza farcele dettare come buone da questo o quel giornale, o dal sentito dire.
La questione è presto detta: l’attuale giunta della quale faccio parte e la candidatura alle primarie sono due cose diverse. E’ sbagliato farne una cosa sola.
La giunta, sulla vicenda dello sviluppo della città nell’area di Castello, ha fatto un lavoro comune e condiviso da tutti, anche da quelli che oggi urlano contro. Occorreva un po’ più di decisione e chiarezza nel difendere la posizione dell’intero governo della città, invece ci sono state solo mezze parole, frasi di circostanza e assenze. Peccato.
Ma veniamo alle primarie. Da questa estate ci stiamo battendo con entusiasmo per una cosa sola: lasciare che siano i fiorentini a indicare il loro candidato sindaco. Una cosa che ha un doppio valore. Dare una vera forza popolare al nuovo sindaco di Firenze, ed esprimere la sostanziale differenza tra PD e centrodestra: il PD non impone il candidato, ma lo lascia scegliere alle persone.
Poi è successo quel che tutti sappiamo. Abbiamo fatto le regole, ci siamo riuniti e abbiamo cominciato il necessario lavoro di incontri e di definizione del programma. E c’è stato un corto circuito: a un certo punto qualcuno ha deciso (in nome di chi? degli elettori ancor prima delle primarie?) che era meglio che Graziano Cioni non partecipasse. Ci hanno provato in ogni modo, anche rischiando di spaccare il partito e la sua gente. Non ci sono riusciti.
Di cosa avessero paura, dal momento che la mia candidatura è ad oggi la più debole con l’ombra di un’inchiesta che si concluderà forse tra mesi, lo intuisco ma non lo capisco.
Da ieri si parla di primarie di coalizione. Una scelta condivisibile, anche se un po’ meno entusiasmante. Le regole ancora non sono chiare e ci sarà tempo per commentarle. Mi dispiacerebbe, ad esempio, che in nome di una coalizione piccola ma forse necessaria, si rischi di farci dettare programma e condizioni da altri. Voglio sperare che non succederà, e che l’intero Partito Democratico ritrovi quella bella identità che avevamo pensato all’inizio, quest’estate, prima di questa corsa tutti contro tutti.
Per quel che ci riguarda io non mi sottraggo. Raccoglieremo le firme necessarie e sarò tra i candidati delle primarie. Per ora il successo è che nonostante i numerosi tentativi di escludermi (e con me i miei elettori), non ce l’hanno fatta. La città può ancora decidere direttamente Cioni sì o Cioni no, senza che qualcun altro lo scelga, per convenienza o supponenza, a tavolino.

Tentarono di corrompere Graziano Cioni. Condannati.

È stata confermata dalla Cassazione la condanna nei confronti di una consulente della società telefonica ‘Albacom’, Adelaide Ramacci, che tentò di corrompere - insieme con il suo complice Antonio Carta - l’ex vicesindaco di Firenze Graziano Cioni promettendogli 180 milioni di vecchie lire e lasciandogli sulla scrivania una mazzetta in contanti di 30 milioni di lire. I Supremi giudici - con la sentenza 44966 - hanno, infatti,
dichiarato inammissibili i ricorsi di Ramacci e Carta contro il verdetto emesso il 2 ottobre 2007 dalla Corte di Appello di Firenze che li aveva rispettivamente condannati a due anni e sei mesi di reclusione e a un anno e quattro mesi. Entrambe le pene sono state dichiarate condonate. Ramacci voleva corrompere Cioni, che era anche assessore al traffico e alla viabilità, affinchè affidasse alla Albacom i lavori di scavo per il cablaggio della rete telefonica fissa negando, nel contempo, analoghe autorizzazioni ad altre società di gestione telefonica concorrenti. Cioni, però, aveva avvertito polizia e carabinieri che avevano arrestato in flagrante la consulente e poi anche Carta che le aveva fornito il contante.